domenica 5 maggio 2013
A proposito di testamento biologico
Testamento biologico:
un’occasione per un processo partecipato dalla cittadinanza.
1. Chiedere le buone ragioni della necessità e della tempestività di suscitare oggi in sede politica comunale un dibattito sul tema ambiguo e controverso del cosiddetto testamento biologico entra a pieno diritto nella stessa definizione di democrazia partecipativa: all’interno della quale non è dato l’esercizio delle pubbliche udienze che la costituiscono senza preventivamente conoscerne la collocazione motivazionale e i risultati attesi.
Ciò vuol dire: non dare come ineluttabile qualunque processo di democrazia partecipata, qualsiasi tema ne sia l’oggetto – opera pubblica o evento – per il solo fatto che i pubblici poteri l’hanno indetto, ma accreditare ai cittadini fruitori l’antecedente facoltà di capirlo e condividerlo.
2. Dal punto di vista metodologico, apparirebbe altresì determinante, nella fase di discussione preliminare attivata dal Comune di Venezia, un’esplorazione delle cause all’origine della questione nel suo complesso, più verosimili della semplice asserzione – che va per la maggiore – per la quale il tema del testamento biologico (anche nella forma soft di Dichiarazioni Anticipate di Trattamento) si fonda e si alimenta come soluzione filosofico-terapeutica a un dilemma proprio del fine-vita, che vede da un lato il paziente che vuole decidere oggi per il suo domani e dall’altro il medico che se da un lato deve rispondere alla propria coscienza e alla propria confessione scientifica, dall’altro non potrebbe prescindere dalla volontà del paziente in ordine alla conformazione e/o alla cessazione dei trattamenti terapeutici.
3. Il motivo occasionale che muove il Comune a lanciare un dibattito politico sul testamento biologico, hic et nunc, cioè nell’attuale contesto socio-culturale urbano, sfibrato dagli effetti della lunga crisi economico-istituzionale che attanaglia il Paese, e pertanto forse poco disponibile ad ospitare querelles di tipo astratto, potrebbe facilmente ascriversi alla volontà della Giunta veneziana di ripercorrere quelle prassi già sperimentate da altre amministrazioni comunali (come Torino, Firenze, Pisa, Genova, Bologna, Perugia, Udine) consistenti nell’inaugurare la raccolta auto-organizzata di testamenti biologici, che pur non potendo vantare una diretta efficacia giuridica, rappresentano, in assenza di una specifica disciplina normativa, atti unilaterali volti ad indirizzare la pubblica opinione
4. Prima di tentare un’esplorazione all’interno dell’universo delle probabili cause concrete e attuali che armano in modo più credibile la questione testamento biologico appare necessario un’ulteriore notazione di metodo.
Mai come in questo caso i destinatari dell’informazione nell’ambito dei processi di democrazia partecipativa divergono dai soggetti interessati: non sono infatti, in via paradossale, i malati terminali che dibattono e decidono in ordine alla conformazione e/o alla cessazione dei propri trattamenti terapeutici, ma sono solo soggetti sani che, prefigurandosi solo narrativamente in una condizione futura di malattia terminale (nella quale fortemente sperano di non cadere mai) decidono sulle modalità di prestabilire i fine-vita altrui: in tal senso la stessa validità ed efficacia dei dibattiti appare diminuita.
5. Sotto le valenze filosofiche ed ideologiche che formalmente esauriscono l’armatura del tema laico del testamento biologico, è possibile intravedere, anche alla luce di esperienze di paesi esteri, altre ragioni che a detta di alcuni rendono quanto mai necessaria una regolazione legislativa che sancisca la validità erga omnes di scelte individuali sul proprio fine-vita, auspicabilmente orientate e sapientemente indotte verso la soluzione eutanasica; tra le quali:
necessità di razionalizzazione e omologazione dei fine-vita, anche dal punto di vista economico-sociale: cioè non spendere più cifre esorbitanti per tenere in vita malati che hanno superato una certa età e sono comunque destinati a morire nel medio termine. E’ la soluzione a deriva eutanasica praticata in Olanda e in altri Stati del Nord Europa;
contingenze puramente economiche, come avviene attualmente in Grecia dove, per la crisi, si tende all’eliminazione dei trattamenti chemioterapici, in quanto quello Stato, suo malgrado, non riesce a pagare gli altissimi prezzi degli antiblastici alle società farmaceutiche estere;
forti interessi di trascinamento all’interno dello strumento testamento biologico redatto in forma giuridicamente cogente, anche della materia dell’anticipata destinazione degli organi, con i fasci di interessi economici connessi;
forti spinte a liberare dalla solitudine delle decisioni, e dai rischi assicurativi e penali, i medici e gli operatori sanitari che assistono ai fine-vita.
non da ultimo, l’interesse di attaccare la Chiesa Cattolica da laicisti convinti assertori dell’eutanasia o del suicidio assistito che mascherano sotto le categorie della dignità e/o della libertà in morte, suscitando divisioni e diversità di opinioni all’interno della Chiesa – e della coscienza dei cattolici –, secondo quel metodo assai efficace che consiste nel denunciarne la lentezza di mettersi in linea con i tempi, e gli imbarazzi di sostenere concetti come morte naturale, di ascendenza medievale, dichiarati ormai improponibili alla luce delle più recenti scoperte scientifiche. Corre il rischio che nell’entrare nell’argomento testamento biologico, usando i linguaggi e i paradigmi delle scienze, per mostrarsi all’altezza, esponenti della Chiesa Cattolica possano attestarsi su verità parziali, scivolando nella spirale degli interrogativi senza risposta, degli enunciati senza dimostrazione e delle aporie che ancora variamente animano la questione testamento biologico, in contraddizione con le disposizioni del Catechismo.
Alla luce di quanto esposto auspichiamo che l’iniziativa del Comune di Venezia si esprima attraverso il coinvolgimento della cittadinanza, attivando un dibattito politico plurale: sarà la qualità del dibattito e il tasso di interesse che la cittadinanza vorrà dimostrare a dare valore e sostanza all’iniziativa del Comune.
Si auspica quindi che un tale dibattito sia partecipato, veda contributi da parte di giuristi, medici, bioetici, associazioni di volontariato che assistono i malati terminali per riuscire a cogliere la dimensione antropologica e sociale della questione, evitando di vederne solo la dimensione individuale. Così come si auspica che il dibattito possa sottrarsi per quanto possibile a trattazioni ideologiche.
Piero Selle – Anna Brondino – Roberto Pace
Venezia, 21 marzo 2013
mercoledì 24 aprile 2013
A proposito di scuole materne a Venezia
Crediamo che la tutela e la valorizzazione di tutte le risorse umane di un territorio sia il dovere di ogni amministratore che abbia una visione di futuro del suo territorio .
Da troppo tempo la conciliazione dei tempi e della qualità di vita delle donne e quindi delle giovani famiglie di questa città sono sottovalutate in cambio di una cultura turistica imperante ed espulsiva nei confronti di tutti i Veneziani.
Il turismo è sicuramente una grandissima risorsa per il nostro territorio , ma deve permettere, attraverso una fiscalità equa ed una giusta redistribuzione delle risorse , a tutti gli abitanti una qualità di vita alta e sostenibile.
Il nostro comune ha veramente moltissime risorse, che però vengono disperse in mille rivoli clientelari che ostano veramente al criterio del buon padre di famiglia che quando la coperta si fa corta ottimizza e focalizza seriamente i centri di spesa.
È per questo che non riusciamo a capire come in questa città non si siano azzerate le liste d'attesa nelle scuole materne e negli asili nido , che in questo tempo di crisi dovrebbero essere un servizio fondamentale per le famiglie
I posti ci sono , perché non pensare di riformulare il criterio di pagamento delle rette in base ai modelli Isee. Chi ha di più paghi di più fino ad un massimo da decidere e permetta a chi ha di meno di poter frequentare la scuola lo stesso . Il criterio della proporzionalità dei costi dei servizi è sancito dalla nostra costituzione .Quindi ci pare importantissimo che questa amministrazione comunale si muova per garantire questo sevizio a tutte le famiglie veneziane. Le donne di questo territorio, che sulle spalle si trovano l'educazione delle giovani generazioni e la cura degli anziani , devono sapere che almeno per i figli c'è qualcuno di serio e competente che in un ambiente di qualità si occupa di loro mente lavorano .
Questi 70 bambini esclusi devono trovare, attraverso anche sinergie con altre istituzioni siano pubbliche o private , il posto dove essere educati e curati.l'amministrazione promuova azioni atte a favorire ciò con impegno massimo di energia e di risorse.
Anna Brondino
Manuel Tiffi
Da troppo tempo la conciliazione dei tempi e della qualità di vita delle donne e quindi delle giovani famiglie di questa città sono sottovalutate in cambio di una cultura turistica imperante ed espulsiva nei confronti di tutti i Veneziani.
Il turismo è sicuramente una grandissima risorsa per il nostro territorio , ma deve permettere, attraverso una fiscalità equa ed una giusta redistribuzione delle risorse , a tutti gli abitanti una qualità di vita alta e sostenibile.
Il nostro comune ha veramente moltissime risorse, che però vengono disperse in mille rivoli clientelari che ostano veramente al criterio del buon padre di famiglia che quando la coperta si fa corta ottimizza e focalizza seriamente i centri di spesa.
È per questo che non riusciamo a capire come in questa città non si siano azzerate le liste d'attesa nelle scuole materne e negli asili nido , che in questo tempo di crisi dovrebbero essere un servizio fondamentale per le famiglie
I posti ci sono , perché non pensare di riformulare il criterio di pagamento delle rette in base ai modelli Isee. Chi ha di più paghi di più fino ad un massimo da decidere e permetta a chi ha di meno di poter frequentare la scuola lo stesso . Il criterio della proporzionalità dei costi dei servizi è sancito dalla nostra costituzione .Quindi ci pare importantissimo che questa amministrazione comunale si muova per garantire questo sevizio a tutte le famiglie veneziane. Le donne di questo territorio, che sulle spalle si trovano l'educazione delle giovani generazioni e la cura degli anziani , devono sapere che almeno per i figli c'è qualcuno di serio e competente che in un ambiente di qualità si occupa di loro mente lavorano .
Questi 70 bambini esclusi devono trovare, attraverso anche sinergie con altre istituzioni siano pubbliche o private , il posto dove essere educati e curati.l'amministrazione promuova azioni atte a favorire ciò con impegno massimo di energia e di risorse.
Anna Brondino
Manuel Tiffi
mercoledì 20 marzo 2013
A proposito di Fontego dei Tedeschi ...
In
un momento storico in cui la crisi del comparto edilizio nella sola
Venezia insulare interessa circa 700 piccole e medie aziende del
comparto casa, coinvolgendo quindi quasi 2000 addetti, manifestandosi
con una riduzione dei fatturati media che si attesta tra il 15 e 20%
con un raddoppio delle sofferenze, ogni nuovo cantiere che sorgerà
nella nostra città sarà senza dubbio una preziosa risorsa.
Venezia,
vetrina internazionale, è potenzialmente capace di attirare
investitori da qualsiasi luogo per l’ovvio ritorno di immagine
garantito; è anche vero però che qualsiasi investimento richiede
tempi e norme certe.
Quindi
burocrazia, norma contraddittorie, enti con regolamenti tra loro
contrastanti e un certo intellettualismo sospettoso e sterile, non
aiutano certo lo sviluppo di opportunità che potrebbero
ridistribuire equamente ricchezza in tutto il territorio generando
posti di lavoro, recuperando spazi abbandonati a se stessi e
germinando semi di cultura sociale.
Il
Fontego da questo punto di vista potrebbe essere paradigmatico; si
tratta infatti di una delle ultime opportunità che la nostra città
deve sfruttare al meglio sia dal punto di vista economico, ma anche
etico e sociale. Errori senza dubbio ne sono stati commessi da ambo
le parti: una maggiore partecipata progettazione con la città
avrebbe forse garantito una condivisione, invece di creare fratture e
avrebbe potuto dar luogo a sinergie produttive positive per molte
realtà della città. Per un altro verso un amministrazione
maggiormente coesa e sensibile alle necessità del territorio
avrebbe, supportata da associazioni e comitati mossi da concrete
motivazioni e non ideologizzate, potuto dare un servizio ed
un’immagine degne di una pubblica dirigenza in grado di saper ben
gestire ed attrarre le risorse e le energie di cui questa città ha
estremamente bisogno.
Quattrocento
posti di lavoro e tutto l’indotto che questo investimento sarà
capace di attrarre non sono certo trascurabili per la futura economia
di Venezia, insomma un contenitore che salvaguardi non solo l’aspetto
commerciale dell’investimento, ma che consenta attività culturali
e sociali al momento nel centro storico non esiste.
Una
realtà che probabilmente ridistribuirà nel territorio i flussi
turistici, che al momento gravitano per lo più solo nella area
marciana, consentendo di rivitalizzare al contempo una zona
caratterizzata da uffici.
Forse,
dopo il voto del Consiglio Comunale, un approccio meno ideologizzato
da parte di tutti potrà far tesoro di questo martoriato processo
decisionale consentendo di attirare in un prossimo futuro nuovi
investitori che possano mettere al centro dei loro progetti il nostro
territorio e le necessità sociali e culturali delle persone che lo
abitano .
martedì 19 marzo 2013
Era uscito ad Aquileia .....
Case
aperte ai disoccupati, meno salotti, più periferie. Il nuovo stile dei Vescovi di
Francesco Chiamulera
La
Chiesa veneta / 1: chi rinuncia al segretario, chi all’auto. “Anche i preti rivedano
il tenore di vita”. La Chiesa nell’era di papa Francesco
Venezia
- «Pronto, parlo con la Curia di Rovigo? Mi può passare Sua Eccellenza?». «Sono
io. Mi scusi se non ho risposto prima, ma nelle ultime due ore ero in giro per
la diocesi, a visitare alcune parrocchie, e sono rientrato solo ora». Che cosa
si può chiedere, in tema di sobrietà francescana, a un vescovo che risponde al
telefono della curia perché non si preoccupa di avere filtri, e si muove nel
territorio della propria diocesi con una piccola automobile, che per giunta
guida da solo perché non vuole alcun autista? Monsignor Lucio Soravito, vescovo
di Adria-Rovigo, ha salutato con gioia l'elezione di papa Francesco e i suoi
primi, suggestivi gesti simbolici, ma in fondo si può dire che ne abbia sempre
condiviso lo spirito e lo stile. «Ho una macchina vecchia nove anni, che mi ha
regalato la diocesi al momento del mio insediamento», spiega. «Ho avuto un
segretario, ma con il calo delle vocazioni c'è bisogno di preti sul territorio
e quindi gli ho chiesto di andare, mi arrangio da solo. Anche nella cura
pastorale delle chiese del territorio». Un nuovo fermento agita i vescovi
veneti in questi giorni così evocativi, dove i segnali di rinnovamento che
vengono da Roma («voglio una Chiesa povera», ha detto Francesco, il che - si fa
notare - va ben oltre la «Chiesa dei poveri») trovano immediato riscontro nelle
omelie e nei discorsi di queste ore dei prelati. «Il papa ci sta dando
l'esempio», ha detto ai fedeli Giuseppe Zenti, vescovo di Verona. «Sono gesti
significativi, dalla rinuncia all'auto papale fino al semplice crocifisso di
ferro. Siamo chiamati a rivedere tutti noi il nostro tenore di vita, anche i
preti e le diocesi». Un nuovo corso che, in terra veneta, si è cominciato a
intravedere fin dalla nomina a patriarca di Francesco Moraglia,
un anno fa. Il nuovo capo dei vescovi triveneti ha impostato la Chiesa sotto
l'aspetto di un maggiore rigore anche contabile, non solo per quanto riguarda
la diocesi di Venezia, ma con effetti su tutto il Nordest. Ha dato incarico a
don Dino Pistolato, non a caso direttore della Caritas di Venezia, di farsi
nuovo amministratore finanziario della diocesi, con un'imponente revisione
delle spese della Curia. Uomo molto sobrio anche sul piano dei costumi
personali, Moraglia una volta insediatosi ha subito
ceduto la vettura ammiraglia in uso prima al patriarcato, preferendole una
semplice utilitaria. Incontra gli operari disoccupati, gira per le fabbriche di
Marghera. E' noto che la Chiesa del Triveneto, insieme con quella milanese, è
la più potente d'Italia. Non solo per quanto attiene al patrimonio immobiliare,
ma anche in termini di collette: i milioni raccolti superano di alcune distanze
persino la diocesi di Roma. E proprio un diverso utilizzo delle risorse di cui
la Chiesa dispone è stato uno dei temi-cardine del secondo sinodo delle chiese
del Nordest, l'anno scorso. Ad Aquileia, a distanza
di vent'anni dalla prima riunione, che diede l'avvio ai primi esperimenti di
televisioni diocesane ed era molto centrata sul tema della comunicazione e
della mediatizzazione del messaggio religioso, il
clero nordestino ha parlato di argomenti diversi, a
cominciare da un differente utilizzo dei beni immobiliari. Da donare,
liquidare, in alcuni casi, o da mettere a beneficio dei più poveri, dei malati,
dei bisognosi. A Vicenza, per esempio, ci hanno già pensato. Sotto la guida del
vescovo Beniamino Pizziol (che è stato vicario di Scola quando era patriarca)
monasteri e conventi occupati da decenni da ordini che erano ridotti all'osso
numericamente, o da prelati anziani, stanno venendo riconvertiti per altri
utilizzi, prevalentemente a carattere sociale. E' di poche settimane fa la
notizia che uno di questi edifici è stato destinato ad alloggio per i padri
separati o disoccupati, «che da figure rispettate spesso passano a veri e
propri esclusi sociali», fanno notare alla Caritas locale. Così, mentre le
curie completavano la vendita proprio di una di quelle emittenti (Telechiara)
nate vent'anni soprattutto sotto la spinta della diocesi di Padova, fa e ora
«non più economicamente sostenibili», in questi giorni un vescovo veneto ha
staccato un assegno a diversi zeri per l'acquisto di... coperte per i poveri.
Nello stile di Francesco: senza dirlo ai media, con semplicità e soprattutto discrezione.
«Ho potuto constatare il grande entusiasmo dei miei diocesani per l'elezione di
Francesco» commenta Giuseppe Andrich, vescovo di Belluno-Feltre». «Umiltà e la
semplicità, anche nel modo di vestire, ma senza esibizioni, con naturalezza,
questo deve essere lo stile anche per noi». Nelle Dolomiti il paragone più
ovvio che circola è quello con Albino Luciani,
Giovanni Paolo I, di Canale d'Agordo, anch'egli
fautore, come Francesco, di una Chiesa più povera, più francescana, fin dal
motto scelto, «humiltas». Andrich è molto esplicito
nell'individuare il percorso da intraprendere e non risparmia qualche stoccata:
«si parla di una Chiesa più aperta, ma essere aperti non vuol dire solo
frequentare i grandi intellettuali, ma stare vicino alla gente, agli emarginati,
agli ultimi». Come dire: cari confratelli nell'episcopato, meno salotti, più
periferie. I vescovi del Nordest, trapela in queste ore, non sono stati a
guardare nemmeno durante il conclave che ha eletto il nuovo Papa, quando alcuni
di essi si sarebbero mossi - dalla distanza, ovviamente - per sostenere la
candidatura di Bergoglio, nelle stesse ore in cui le
previsioni davano l'ex patriarca Angelo Scola. «Avete vissuto con rammarico che
non sia stato scelto un italiano, o un veneto? «A Roma, la Chiesa non è né
italiana, né romana, ma universale...», taglia corto Andrich. «E poi», sorride,
«ben tre Papi del Novecento venivano dal Patriarcato di Venezia. Possiamo
accontentarci».
venerdì 15 marzo 2013
I tre movimenti della vita: camminare, edificare, confessare di Jorge Mario Bergoglio L’omelia del Papa
Ieri
pomeriggio, alle 17, nella Cappella Sistina, papa Francesco ha celebrato la
Santa Messa «pro Ecclesia» (per la Chiesa) con i cardinali elettori che hanno
partecipato al Conclave. Nel corso della celebrazione eucaristica, dopo la
proclamazione del Vangelo, commentando le letture (Isaia 2, 2-5; Pietro 2, 4-9;
Matteo 16, 13-19), papa Francesco ha tenuto l'omelia che pubblichiamo di
seguito.
In queste tre Letture vedo che c'è qualcosa di
comune: è il movimento. Nella Prima Lettura il movimento nel cammino; nella
Seconda Lettura, il movimento nell'edificazione della Chiesa; nella terza, nel Vangelo,
il movimento nella confessione. Camminare, edificare, confessare. Camminare.
«Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). Questa è la prima cosa che Dio ha detto ad Abramo:
Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile. Camminare: la nostra vita è un
cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del
Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità
che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa. Edificare. Edificare la Chiesa.
Si parla di pietre: le pietre hanno consistenza; ma pietre vive, pietre unte
dallo Spirito Santo. Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra
angolare che è lo stesso Signore. Ecco un altro movimento della nostra vita:
edificare. Terzo, confessare. Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi
possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non
va. Diventeremo una Ong assistenziale, ma non la
Chiesa, Sposa del Signore. Quando non si cammina, ci si ferma. Quando non si
edifica sulle pietre, cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla
spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, è senza
consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: «Chi non prega il
Signore, prega il diavolo». Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la
mondanità del diavolo, la mondanità del demonio. Camminare,
edificare-costruire, confessare. Ma la cosa non è così facile, perché nel
camminare, nel costruire, nel confessare, a volte ci sono scosse, ci sono
movimenti che non sono proprio movimenti del cammino: sono movimenti che ci
tirano indietro. Questo Vangelo prosegue con una situazione speciale. Lo stesso
Pietro che ha confessato Gesù Cristo, gli dice: Tu sei Cristo, il Figlio del
Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di Croce. Questo non c'entra. Ti seguo
con altre possibilità, senza la Croce. Quando camminiamo senza la Croce, quando
edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo
discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma
non discepoli del Signore. Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia,
avessimo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del
Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del
Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l'unica gloria: Cristo
Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti. Io auguro a tutti noi che lo Spirito
Santo, per la preghiera della Madonna, nostra Madre, ci conceda questa grazia:
camminare, edificare, confessare Gesù Cristo Crocifisso. Così sia.
venerdì 8 marzo 2013
Caro 8 marzo....
Caro
8 marzo,
ti
conosco da tantissimi anni e, siccome sei un amico e ti voglio bene,
vorrei dirti alcune cose che mi stanno a cuore.
Anche
quest'anno ci incontreremo, ma ho paura che questa volta molte cose
siano cambiate, non credo proprio più tu ti bebba agghindare con
chili di mimose e vestiti elegantissimi da concerto o da conferenza,
i tempi sono cambiati e la crisi sociale ed economica incombe sulla
nostra testa come un cappello da funerale .
Vorrei
tanto che quest'anno tu ti vestissi in maniera semplice, sobria ed
economica.
Vorrei
che i soldi che tu spendi per fiori, conferenze, feste, concerti, li
spendessi per educare al rispetto personale, per far capire agli
italiani (tutti, anche i politici) che ogni cittadino del nostro
paese deve essere ascoltato, accolto ed aiutato a realizzare le sue
aspirazioni .
Insomma
meno chiacchere e più azioni concrete, ma sopprattutto non solo
delimitate al nostro incontro annuale .
Non
siamo in un bel periodo, come ti ho già detto, molte donne sono
uccise o subiscono violenza dai loro compagni e tante famiglie non
arrivano alla fine del mese, ma questo deve darci la possibilità di
riscoprire vecchi valori come il rispetto per la storia di tutti , la
solidarietà e la sobrietà, valori che le donne e gli uomini
d'Italia potrebbero cercare di insegnare ai loro figli ogni giorno,
Anche
qui a Venezia la nostra amministrazione sembra sia incapace di capire
che il tuo incontrarti non debba restringersi al poco tempo che ci
concedi, ti prego cerca di far loro capire che la tua sobrietà è un
valore a cui devono seguire pochissime parole, ma moltissime azioni
concrete
Un
abbraccio
Anna
Brondino
martedì 5 marzo 2013
Caro Olmi, la Chiesa si fa insieme di Pierangelo Sequeri Il cristianesimo appare smarrito e svuotato, ma la nuda fede non è mai mancata all’appello, nei momenti cruciali. Nessuno può addomesticare il Vangelo
Caro Olmi (mi permetta, con stima, di chiamarla
così, dopo aver letto il suo intervento ieri su 'Repubblica' intitolato 'Cara
Chiesa, ti scrivo', tratto dal libro Lettera a una Chiesa che ha dimenticato
Gesù, edito da Piemme; anche se lungi da me la pretesa di parlare come se fossi
la Chiesa, alla quale lei confidenzialmente si rivolge), ok, il prezzo è
giusto. Le ferite sono gravi. La tentazione di unirsi al coro è comprensibile.
Il momento ha la sua indiscutibile soglia critica e il sentimento ha i suoi
diritti (lei sicuramente sa bene 'chi' ci ha appena aperto il varco decisivo,
per questo sentimento di purificazione profonda ed epocale). È dunque l’ora del
sentimento, e anche, fatalmente, del risentimento. L’invocazione e la
recriminazione hanno ragioni che in molti punti si sovrappongono, persino, a
buon diritto, fra gli stessi credenti. Non è di questo che vorrei parlare. Né
ho intenzione di intrattenermi con lei su questioni di teologia alle quali Lei
allude en passant (non è questo che ci accomuna). Parliamo pure di affetti. E
di ragioni degli affetti, se ce ne sono ancora: struggenti e accorati quanto si
vuole, ma pur sempre affetti. Mi consenta perciò di condividere un paio di
riflessioni, in certo modo anche molto personali. Un grande teologo
(protestante), Karl Barth, per molti versi affine e
amico del grande teologo Hans Urs von Balthasar (entrambi fra i 'padri nobili' della cultura
teologica del Novecento, molto amati da Joseph Ratzinger), mi ha inchiodato,
nei miei anni giovanili, a una terribile provocazione. Nel suo celebre commento
della Lettera ai Romani, Barth ha scritto che se uno
guarda le cose dal di fuori - senza cognizione della forza crocifissa del
Vangelo, senza affetti per la vulnerabile fragilità del testimone - è impossibile
negare che il Grande Inquisitore e il Poverello d’Assisi appartengano, a tutti
gli effetti, alla storia del cristianesimo. Entrambi parlano del Signore,
entrambi pretendono di difendere il vero cristianesimo. Eppure, il miracolo del
cristianesimo è che il secondo c’è sempre. E sempre impedisce, pur fra mille
ostacoli, che il primo requisisca la storia del cristianesimo. Solo nei romanzi
e nei film accade questo. Nella realtà, il Grande Inquisitore non può addomesticare
il Vangelo, che rimane visibile a tutti e lo giudica implacabilmente. Il Grande
Inquisitore non può requisire la tradizione della buona testimonianza, che impone
di confessare la fede come fede, e il peccato come peccato. Senza confusione
possibile. I Vangeli stessi possono permettersi di dire a chiare lettere, fin
dal racconto fondatore, che Giuda reclamava per lo spreco di profumo versato su
Gesù da una peccatrice, perché teneva la cassa e rubava. Giuda appartiene
certamente, 'da duemila anni', alla storia del cristianesimo. Ma certissimamente, 'da duemila' anni, non è Giuda che fa la
storia del cristianesimo. Persino al di fuori della fede, non si potrebbe
raccontare il cristianesimo in questo modo. E come prende e riprende ogni volta
la sua forza, questa 'verità' indistruttibile del cristianesimo di chiesa? Non
c’è che un modo. Le passioni e le affezioni di coloro che, in ogni secolo,
'fecero l’impresa': senza chiamarsi fuori, come piccoli o grandi inquisitori
del grembo che ha nutrito le loro passioni migliori (compreso lo sdegno per il
tradimento). I loro eredi sono tutti coloro che nella Chiesa, in alto e in
basso, non vanno a ingrossare le fila degli svagati ed eccitati spettatori 'in
attesa del naufragio'. Il momento presente ha lusingato larghe falde
dell’intellighenzia mediatica, reticente e codarda nei confronti dell’umanesimo
smarrito e nichilista che il narcisismosenza-dio ha inflitto all’epoca, con
l’idea di accordarsi per maramaldeggiare su un cristianesimo che appare
smarrito e svuotato. Un lavoro per mosche cocchiere, che non rischiano nulla.
Un lavoro che mira a includere anche Dio fra le passioni tristi dell’epoca.
L’oppio dell’irreligione renderà più sopportabile il nichilismo della ragione? Sono
sicuro che lei, caro Olmi, stia da tutt’altra parte, a questo riguardo. Perciò
mi permetto di condividere la sua passione, chiedendole di mutare segno al suo
appello. Non glielo propongo per onere di mandato ecclesiastico. Le propongo di
condividere il senso che il suo appello riceve nelle parole di una signora fine
e gentile, madre di quattro figli che sono stati cresciuti nell’identica passione
intelligente per il Vangelo. Una persona che, come moltissimi, crede che la ferita
non è la Chiesa che ha tradito il Vangelo, ma gli ecclesiastici che hanno
tradito la Chiesa. «Nel momento in cui il giornalismo mostra tutta la sua stoltezza
- mi ha scritto - e i nostri figli ci urlano 'Ma che cos’è la Chiesa?', 'Che
cosa vuol dire che siamo cattolici?', ci mancano parole. E quelle del
catechismo non bastano. La parola e la passione di tutti i saggi che si sono
dedicati alla Parola di Dio ci servono. E ci servono adesso». Questa nuda fede
non è mai mancata all’appello, nei momenti cruciali, 'da duemila anni'. Il
problema è quanto siamo disposti a desiderarla e a farla desiderare. Lo
dobbiamo fare per i figli che arrivano, almeno, se non per noi. Noi anziani -
anche nella Chiesa gridiamo le nostre delusioni con troppo avvilimento in
faccia ai figli che ci guardano. E così siamo una barriera, non un pungolo, fra
la speranza della Chiesa che deve venire e le generazioni che sono già qui.
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